“Garantire che i servizi legati all’acqua e all’elettricità rimangano nelle mani dei governi e non siano privatizzati” ed “abolire le richieste di visto per gli Africani che viaggiano da un paese all’altro del continente” per evitare che la “restrizione dei movimenti” agisca “contro l’unità africana e il progresso dei suoi abitanti”. Sono le richieste più dirompenti contenute nella Dichiarazione dei Sindaci emersa dal 4º Summit Africities/Africité, che – per certi versi – puó considerarsi il primo follow-up della discussione del World Urban Forum tenutosi in giugno a Vancouver.
Tra il 18 e il 22 settembre, quasi 6000 delegati da tutto il continente africano si sono trovati a Nairobi, che a gennaio 2007 ospiterà il Forum Sociale Mondiale. Due gli scopi principali: 1) mettere in contatto diretto i rappresentanti di amministrazioni locali e di area vasta di tutta l’Africa ( e le loro reti di dialogo orizzontale) con potenziali “partner dello sviluppo locale” (ONG, movimenti popolari, imprese private, istituzioni internazionali); 2) Fare lobby (secondo le parole usate dal sindaco di Nairobi Dick Wathika nella cerimonia d’apertura) per ottenere dai Governi Centrali dei 54 paesi africani rappresentati un maggiore impegno al decentramento.
Enormi sono, infatti, le differenze tra i diversi paesi del continente e non univoco il significato dei processi di delega di potere alle istituzioni piú vicine ai cittadini. Lo mostra bene la collana di studi comparativi “Decentralization, local actors and...” curata – su temi diversi della gestione locale - dal PDM (Partenariato per lo Sviluppo Municipale), l’associazione tecnico-politica di consulenza agli Enti Locali dell’intera Africa che ha organizzato le prime 4 edizioni del Summit pan-continentale.
Comune, invece, la penosa situazione di “sussidiarietà asimmetrica” in cui tutte le amministrazioni locali versano, oberate di responsabilità crescenti, ma non parallelamente dotate di risorse congruenti né di progetti formativi capaci di creare capacità amministrative/gestionali per affrontare le sfide che il futuro del continente pone.
Il motto “Local Authorities: the driving force for Africa” che ha contrassegnato questa edizione era di per sé una rivendicazione di centralità da parte delle amministrazioni locali di fronte alle delegazioni nazionali della CADDEL, la Conferenza che raggruppa i Ministri degli Enti Locali dei diversi paesi del continente. Quest’ultima, riunitasi a Nairobi in plenaria, ha dato frorma ad una dichiarazione finale ben piú ‘soft’ di quella dei Sindaci, in cui il riconoscimento della necessità di riequilibrare i diversi poteri sul territorio convive con una solidissima ma non esplicitata ostilità degli Stati (che si somma a quella delle onnipotenti burocrazie tecniche) nei confronti della ‘rinuncia di potere’ che un decentramento reale comporta.
Proprio questa ‘frizione’ ha rappresentato il motore e l’anima della discussione, perfettamente incarnata dalla polemica interna all’Algak (la Federazione delle Autorità Locali del Kenya) tra l’attuale ministro degli Enti Locali Musikari Kombo e l’ex-Ministro Nyong’o. Quest’ultimo e’ stato tra i fautori della vittoria del NO al Referendum del novembre 2005 che ha bocciato la frettolosa nuova costituzione (la cosiddetta Bozza di Wako) proposta dalla Raimbow Coalition (NARC), la coalizione di centrodestra tra il National Alliance Party of Kenya (NAK) e i Liberal-Democratici (LDP) che governa dal 2002 e lotta per essere riconfermata al potere nelle elezioni generali dell’inverno 2007.
“Fin dalla Lancaster House Conference del 1963 – sostiene Nyong’o – i kenyani hanno concepito il decentramento (majimbo) come una forma irrevocabile di ‘devoluzione’ dei poteri da cui non si poteva tornare indietro, capace di riequilibrare le disuguaglianze regionali interne al paese, e di creare una reale coesistenza tra livelli diversi di potere che si riconoscono pari dignità. Una vera co-gestione di potere esecutivo tra livelli federali e di area vasta”. La costituzione recentemente rigettata dai kenyani – tra le altre cose – spacciava per devoluzione una mera ‘deconcentrazione di funzioni’ prevedendo la possibilità per il governo di ‘sospendere’ un governo distrettuale, e di renderlo impotente ricentralizzando a suo piacere alcune decisioni. Ovvero, secondo Nyong’o, “rendeva impossibile parlare di economie locali, perche’ i destini economici di ogni regione, provincia o comune sarebbero stati determinati appena dall’accumulazione primitiva di risorse e dall’uso di queste deciso dal Centro”.
Così il governo ospitante del Presidente Mwai Kibaki – che sperava di inaugurare Africities esibendo una costituzione nuova di zecca come esempio per le delegazioni straniere – ha dovuto accontentarsi di cogliere la lezione datagli dal suo popolo con il referendum. E ha dovuto aprire i lavori con una lista di promesse pre-elettorali: prima tra tutte quella di una legge (di cui nessuno sa niente, ma che pare sarà portata in Parlamento uscendo a breve dal cappello a cilindro del governo) che prevederà l’elezione diretta dei sindaci kenyani e la durata in carica per 5 anni (oggi sono solo due) come strumento per ridurre la ‘corruzione negoziale’ all’interno delle forze politiche dei Consigli Comunali e per permettere una migliore programmazione pluriennale del mandato.
Mettendo radici nel locale
Quanto sopra ricordato, offre la misura di un’utilità locale del Forum Africities soprattutto per i paesi ospitanti: fornire strumenti e idee per approfondire il dibattito locale su sussidiarità e devoluzione. Del resto, anche la riforma camerunese del decentramento è stata varata pochi mesi dopo l’edizione del Summit ospitata a Yaoundé nel 2003, e a cui avevano preso parte oltre 4500 delegati per discutere sul tema “L’accesso degli abitanti ai servizi locali di base”.
Resta, peró, il fatto che Africities é nato soprattutto come sforzo comune di un continente per dare una voce unitaria davanti al mondo ai suoi territori locali. Tale sforzo – che ancora richiede energie, se é vero che il Maghreb era quasi assente a Nairobi, perché tutto proiettato sull’affaccio euromediterraneo - si é reso evidente soprattutto nella prima edizione del Forum tenutasi ad Abidjan, Costa d’Avorio, nel 1998 (600 partecipanti). E in quella del 2000 di Windhoek (Namibia): 1300 partecipanti e 36 paesi presenti a discutere di finanziamento degli enti locali e territoriali).
É in quegli incontri che ha preso forma la fusione delle 3 grandi associazioni di municipi africani, confluite nella CGLUA, che dal 2008 sarà l’organizzatrice unica di Africities. Essa non é appena l’emanazione africana dell’organizzazione internazionale
United Cities and Local Governments che avrà a Marrakesh a fine ottobre il suo terzo incontro mondiale. Piuttosto, va considerata un pilastro che – a partire dal ritrovato dialogo inter-africano - ha contribuito alla nascita dell’articolazione internazionale che lavora sotto l’egida ONU. Nascita avvenuta nel maggio 2004, pochi mesi dopo la 3ª edizione di Africities tenutasi in Cameroun, dove ha preso forma anche il CCRA, il Consiglio dei Comuni e delle Regioni dell’Africa che dal maggio 2005 va rafforzando il suo dialogo con l’omologo CCRE europeo.
La sistematicità dell’approccio, al contempo centrato sull’Africa e aperto al mondo, é riassunto nel sottotitolo dato al Summit (Costruire coalizioni locali per la realizzazione effettiva degli Obiettivi del Millennio) e in quello della campagna mediatica affidata all’ONG belga Echos Communications che ha accompaganto la 4ª edizione di Africities: “Creare una coalizione globale per rinnovare l’immagine dell’Africa”. Al centro degli sforzi organizzativi vi era l’idea di superare la logica dei ‘donors’ e di costruire partenariati ‘simmetrici’ (a livello locale e con organizzazioni internazionali) in grado di stabilire reciprocità di scambi a partire dalle ‘sapienze locali’ e dalle risorse umane e naturali che l’Africa possiede, ma che spesso vengono soffocate da una sovraesposizione dei suoi problemi. In quest’ottica, era obiettivo centrale non fare del Summit un “lamentatoio”, pur aderendo alla necessità di puntualizzare alcuni grandi problemi del continente e la schizofrenia di sistemi di decentramento spesso monadici e non dialoganti.
Uno sguardo pro-attivo
L’Africa, con il suo debito estero di 379 $ a persona, ha oggi il tasso piú alto di urbanizzazione al mondo (4,58% annuo) e, pur essendo un continente ancora rurale, nel 2030 é destinato a un percorso di prevalenza della popolazione urbana (750 milioni), se le attuali tendenze alla fuga dalle campagne non saranno invertite da nuove politiche di sviluppo del territorio aperto. Se giá oggi, il 72% dei cittadini africani vive in baraccopoli, il 24% della popolazione urbana non ha accesso all’acqua e il 20% alle fognature, e solo il 10% dei territori urbani é servito da reti di tubature, che accadrá domani?
Per questo é importante pensare fin da oggi in maniera diversa all’urbanizzazione e alle filiere produttive, come ha sottolineato il Ministro degli Enti Locali kenyano, esponendo il progetto di nuove cittá medie di fondazione da realizzare in aree agroproduttive, a somiglianza di quanto inixziato in Marocco e sulla scia dei successi delle “Export Processing Zones” kenyane.
L’urgenza di un simile ripensamento é sottolineata anche dal Programma Ambientale dell’ONU (UNEP), secondo cui l’Africa, pur essendo il minor consumatore di energia e territorio al mondo, risulta il continente piú esposto alle conseguenze dei cambiamenti climatici, anche perché 1 cittadino su 7 dipende da colture legate alle piogge. Le riduzioni di portata dei laghi Ciad e Vittoria minacciano l’irrigazione e la produzione di energia, e nei prossimi 25 anni porteranno da 14 a 25 le nazioni in emergenza idrica e localizzeranno in Africa l’80% dei nuovi 120 milioni di abitanti a rischio denutrizione. Senza contare i drammi prodotti dall’interazione tra le epidemie: in particolare l’AIDS, che ha fatto impennare la crescita della tubercolosi (oggi la TBC coesiste nell’85% dei casi in persone HIV positive).
Eppure, durante Africities, tali dati drammatici sono serviti appena da punto di partenza, per rimarcare la coscienza “dei drastici cambiamenti” richiesti alle strategie di lotta all’emarginazione per evitare che in Africa gli Obiettivi del Millennio (ODM o MDGs) vengano raggiunti in 110 anni, invece che nel 2015 come fissato dall’ONU nel 2000.
Specialmente i seminari tematici sono stati, infatti, concepiti soprattutto per permettere ai delegati di costruire reti di scambio di buone pratiche e di rafforzare la cooperazione transnazionale in diversi ambiti tematici.
Cosí, le sessioni speciali dedicate alle difficoltá delle donne ad emergere nel panorama politico patriarcale dell’Africa sono state l’occasione di farsi conoscere per la Rete “Women and Local Governance”, fondata in Costa d’Avorio nel 2004 dalla Sindaca di Oumé, Brigitte Kakou Lou, e da altre 8 colleghe (le uniche su 197 sindaci ivoriani, 4,56%), che hanno messo a fuoco il ruolo centrale dei municipi nel dare “stabilitá” al paese, dal basso, in un momento di crisi politica nazionale. Mentre la sessione dedicata all’Acqua ha dato visibilitá a molte battaglie di base contro la privatizzazione, e a qualche raro esempio di esito positivo della stessa, come il caso del Lake Victoria South Water Services Board di Kisumu, dove il privato ha garantito maggiore trasparenza di scelte, cali di costi e il passaggio da 450.000 a 600.000 utenti, il 60% dei quali beneficiari di tariffe agevolate in favelas prima non raggiunte dalla distribuzione.
Durante la sessione dedicata al mea culpa delle universitá africane per la propria incapacitá di impegnarsi in progetti militanti di eco-sviluppo, preferendo restare nella torre d’avorio della pura astrazione accademica, ha potuto emergere per contrasto un partenariato con le comunitá locali della Kenyatta University of Agricuolture and Technology, che ha brevettato 31 prodotti di cosmetica e pulizie domestiche lavorando sulla formazione di capacitá degli abitanti di quartieri poveri. La sessione dedicata alla ‘sicurezza del possesso’ e all’accesso ai suoli urbani ha messo al centro la battaglia che lo Zimbabwe sta combattendo a forza di espropriazioni contro i 4000 landlords inglesi (proprietari dell’80% dei terreni fertili) che non hanno mantenuto fede alle promesse del Lancaster Agreement del 1979. La sessione dedicata al razzismo, sotto l’egida UNESCO, ha visto – invece – protagonista la Coalizione di Cittá Africane contro il Razzismo e la Discriminazione, di cui é figura chiave l’ex-Presidente del Benin Nicephore Soglo, oggi divenuto sindaco di Cotonou in virtú della sua profonda convinzione sul ruolo dello sviluppo locale dal basso. Sua la proposta di creare degli uffici di Ombudsman (Difensore Civico) contro le discriminazioni, e clausole vincolanti di non-discrimazione nei contratti con le imprese che gestiscono servizi pubblici.
Il Forum é stato anche un importante spazio di acquisizione di informazioni. Ad esempio, sul fatto che l’Africa non sfrutta i molti fondi GEF (Global Environment Facilities) messi a disposizione dall’UNEP. Di recente, appena Daar el Salaam (per nuovi trasporti urbani) e le cittá sudafricane che ospiteranno i mondiali di calcio del 2010 li hanno sfruttati. Eppure, quanti progetti nuovi si potrebbero fare, specialmente in campi poco esplorati come quelli della fitodepurazione o della raccolta di rifiuti solidi?
In un continente dove la raccolta dei rifiuti urbani non raggiunge più del 30% delle famiglie e dove cittá come Lagos producono 9000 tonnellate di rifiuti al giorno mentre i cittadini si rifiutano di pagare imposte e le banche non fanno prestiti per migliorare il servizio, é stato senza dubbio interessante scoprire come il Burkina Faso abbia attivato dagli anni ’90 forme di Gestione Comunitaria dei Servizi di Smaltimento Rifiuti che usano poche tecnologie, molto capitale umano e cura del riciclaggio. Certamente molto da imparare per una cittá come Nairobi che ha un’unica discarica, dove delle 2000 tonnellate al giorno gran parte sarebbe riutilizzabile, visto che il 50% ha composizione organica, il 18% é plastica e l’11% carta.
É quindi su soluzioni e risposte giá in atto nel locale che si é incentrato Africities. Indubbiamente, la parola Mwananchi (cittadino in swahili) é quella che é risuonata piú spesso, dato che é dal basso che giungevano molti dei maggiori progetti di successo. Progetti che – come quelli per il pagamento collettivo delle tasse scolastiche del Muungano wa Wanavijiji (Unione dei Residenti in Baraccopoli del quartiere di Soweto a Nairobi) - si basano sulla reciprocitá, sulla solidarietá e sul dono. Progetti che nascono nelle comunitá svantaggiate e trovano talora partner sensibili nelle amministrazioni locali: ma non sempre, dato che la corruzione, l’iperburocratizzazione e l’opacitá della tecnica sono cifre stilistiche ancora dominanti negli enti locali, come ha dimostrato di recente un rapporto di UN-Habitat.
‘Il cittadino al centro’ non é solo un facile slogan circolato al Summit. É la ricetta del successo di quasi tutte le pratiche eccellenti esposte, e di tutte le soluzioni ‘seriali’ raccontate (dai 160 Municipal Contracts for Effective Planning alle 40 City Development Strategies africane), spesso anche con il supporto e il conforto di convergenti sperimentazioni latinoamericane. Come emerso nella sessione dedicata ai Bilanci Partecipativi in Africa subsahariana, o nei riferimenti agli Osservatori sulle Promesse Elettorali del Camerun e alla strategia sperimenta dal Ministero delle Cittá in Brasile per sensibilizzare le comunitá locali al controllo dell’azione pubblica, e alla richiesta di coinvolgimento nella painificazione e valutazione delle scelte.
L’apertura dell’azione pubblica alla “partecipazione cittadina” - come spazio di costruzione del dialogo tra gli individui e dentro le comunità- é stata rivendicata da molti partecipanti come “diritto umano fondamentale” e come antidoto alle guerre fratricide. Sottolineando peró (attraverso sessioni speciali dedicate al tema) come essa non possa essere messa in atto con la semplice riproduzione di modelli alloctoni, ma debba tener conto di una serie di specificitá sociali e culturali. Oltre che di figure ed autoritá morali tradizionali che oggi (come in Niger e Sudafrica, nelle cui costituzioni sono riconosciuti) vanno determinando il successo di progetti locali di sviluppo in cui l’economia non é unico motore dell’azione.
Giovanni Allegretti (ricercatore presso il Centro di Studi Sociali – Universita’ di Coimbra)
Publicado em “ Carta etc.” nº 9, giovedì 11 ottobre 2006.
BOX 1:
Africities, verso il World Social Forum: un incontro parallelo degli abitanti degli ‘slums’
“Padre Nostro, insieme e in solidarietá con tutti gli altri abitanti di baraccopoli dell’Africa veniamo a te fiduciosi in preghiera, perché sei tu che ci unisci nel tuo amore [...] Abbiamo spesso fallito nell’intraprendere azioni decisive contro la povertá, il tribalismo e la violenza. Padre Onnipotente, ti imploriamo di aiutarci a mettere da parte le nostre divisioni e differenze [...] per partecipare alla costruzione dei nostri progetti comuni, migliorando la capacitá di buon governo e la democrazia locale, attraverso la promozione del decentramento [...] e sostenendo lo sviluppo locale [...]. Rendici capaci di offrire noi stessi, così da poter essere tuoi partner nella trasformazione degli insediamenti formali e indformali delle nostre comunitá urbane in Africa. Amen”.
Sembra scritta in nome dei Sindaci e dei Capi di Stato presenti ad Africities la preghiera recitata da circa 200 abitanti ed operatori sociali di baraccopoli di Nairobi, oltre che da Senegal, Uganda e Malawi, all’apertura della giornata di discussione organizzata dal Kutoka Network “in risposta all’esclusione da Africité” e per contribuire a “trovare strategie per realizzare gli Obiettivi del Millennio nelle cittá africane”. Del resto, non si é trattato di un vero controforum, ma semmai di un Forum parallelo e complementare, un ‘presidio di visibilitá’ per soggetti desiderosi di entrare in contatto con quelli del Forum ufficiale, ma tenuti a distanza dalle tasse d’iscrizione che oscillavano tra i 200 e i 700 euro, senza alcuna formula flessibile per ampliare l’accesso all’evento.
Ospitato nella Basilica della Sacra Famiglia, ubicata davanti al Kenyatta International Conference Centre dove si svolgeva Africities, il Forum degli Slum Dwellers ha propiziato alcuni momenti di contatto tra i due incontri. Ad esempio in occasione dell’inaugurazione ufficiale, quando i baraccati-sandwich che esprimevano le loro ragioni davanti a una tenda affittata per vendere prodotti d’artigianato hanno potuto brevemente incontrare il Presidente Kibaki e il Ministro degli Enti Locali. “In 20 anni ci siamo disabituati anche solo alla speranza di vedere un ministro o un sindaco in visita alle nostre bidonville – dice Ignatius Namenje che vive a Kibera, il più grande slum africano – e in un anno di campagna elettorale assatanata c’é poco da sperare nelle promesse che sono state fatate al Summit: la creazione di un’Autoritá Metropolitana per la pianificazione dei rapporti tra Nairobi e l’intorno, la costruzione di un’Ente specifico per la Viabilitá. E lo spostamento della discarica di Dandora, che provoca tumori a molti abitanti di Korogocho, senza dimenticare che essa offre sostentamento a molte attivitá informali che dovranno essere reindirizzate una volta che il sito sará trasformato nel parco che ormai da un decennio aspettiamo”. Una sottolineatura non secondaria, dato che ad oggi anche iniziative positive come il Kenya Slum Upgrading Project (KENSUP) avviato nel 2004 a Kibera, sono state condotte senza il minimo dialogo con gli abitanti, e rischiando di rendere inefficaci molti degli investimenti fatti.
Come dice Gustave Massiah, direttore del
CRID – Centro di Ricerca ed Informazione per lo Sviluppo e membro del Comitato organizzatore del WSF – “é fondamentale veder convivere le due cose: una battaglia frontale dal di fuori dei Summit Ufficiali, e la prosecuzione del dialogo con gli attori politici dello sviluppo locale, gli unici da cui ci puó aspettare che rimettano al centro della gestione urbana il rispetto per i valori umani”.
La trattativa in corso: cancellare il debito del Kenya per alloggiare i baraccati
Il Forum parallelo si é svolto esplicitamente anche “in solidarietá con gli abitanti della baraccopoli di Komora”, 600 famiglie sgomberate dalle ruspe a pochi giorni da Africité, in pochi minuti e con pochissimo preavviso, per far spazio alle ambizioni di uno speculatore locale. Anche per questo il tema degli sgomberi forzosi (forced evictions) e delle strategie di resistenza degli abitanti alla loro attuazione é stato un asse portante dello Slum Forum.
A parlarne c’era anche la rete International Alliance of Inhabitants (rappresentata da Cesare Ottolini e dal coordinatore africano Sidiki Daff), la quale ha in Kenya assieme a partner come il Kutoka, una delle sue più importanti Campagne Sfratti Zero, W Nairobi W. Dopo aver bloccato con la mobilitazione locale e internazionale gli sgomberi di oltre 300.000 persone, W Nairobi W è entrata nella tappa strategica, la negoziazione del debito estero del Kenya per liberare risorse da destinare prioritariamente a un Fondo popolare per la terra e la casa con cui sperimentare in un paio di slum la titolazione comunitaria della terra e il miglioramento abitativo. Proprio in quei giorni la campagna W Nairobi W ha incontrato la delegazione del Ministero degli Esteri italiano, presente a Nairobi per negoziare la cancellazione del debito del Kenya con l'Italia.
L’organizzatrice delle attivitá di messa a rete degli Slum Dwellers, la rete Exodus Kutoka, raggruppa 15 parrocchie cattoliche che lavorano in alcuni dei 199 insediamenti informali di Nairobi, che – insieme - ospitano circa il 65% dei 2,5 milioni di abitanti della capitale, stipati in un misero e densissimo 5% del territorio cittadino La rete é nata nel 2002, e tra i suoi fondatori ci sono anche gli animatori della parrocchia di St. John a Korogocho, il luogo d’elezione dove ha operato per 12 anni Alex Zanotelli e la cui principale figura di riferimento é oggi Padre Daniele Moschetti.
Proprio nel nuovo anfiteatro di questa parrocchia (che ha vinto, tra l’altro, il premio UN-HABITAT per il progetto People United for a New Korogocho) si é svolta l’attivitá di apertura del Forum parallelo. Tremila persone hanno ascoltato performance artistico-musicali della rete di giovani che lega le varie baraccopoli. “É una prioritá fondamentale dare visibilitá ed occasioni ai talenti che emergono negli slum”, dice Magdaline Kasuku, giornalista che ha fatto della comunicazione da dentro gli slum dei loro valori positivi il suo obiettivo di vita. “Anche per questo dalle onde di Radio Waimini diamo spazio alle storie di creativitá artistica, alla musica e al teatro che provengono dalle baraccopoli”. La radio – nell’orario di punta del sabato sera – ha da poco inaugurato anche un programma dedicato al Forum Sociale Mondiale, espressione dell’attento lavoro di una Piattaforma Ecumenica creatasi all’interno della All African Conference of Churches in vista dell’evento di gennaio.
“C’erano 2 anni di tempo, per preparare il Forum. Ma ad oggi – dice Andrea Rigon, che da Nairobi sta seguendo per l’IPSIA il progetto di media-publicity legato al prossimo Social Forum – ben poco é stato fatto. Gli organizzatori locali sono spesso litigiosi, il luogo dell’evento é stato spostato molto fuori cittá e penalizzerá le attivitá culturali serali, su cui avevamo puntato molto. Anche nel caso di un successo – e nulla é scontato! – c’é il rischio che resti un evento calato da fuori sulla cittá. Per questo la piattaforma ecumenica sta lavorando con impegno a sensibilizzare la popolazione locale sull’evento. Per produrre i primi volantini esplicativi ed organizzare attivitá preparatorie abbiamo dovuto fare un grande lavoro di ‘traduzione’ di concetti forse chiari in Latinoamerica ma qui incomprensibili. Si tratta comunque di un fatto unico in Africa: dopo la piattaforma ecumenica per il Darfur, questa é la seconda attivata nel continente per far lavorare insieme le Chiese su un evento importante”.
Lo scopo principale é quello di valorizzare non tanto l’evento-FSM, quanto il suo essere “processo”, la capacitá di radicarsi e lasciare sul territorio delle reti attive che possano durare molto oltre la sua fine. Questo appare tanto più importante davanti al totale silenzio della stampa kenyana sul FSM. Ad oggi, si conta un solo articolo, uscito il 1 settembre sul quotidiano “Nation” e intitolato “Arriva il World Economic Congress”. L’errore freudiano, nel confondere il Forum di Porto Alegre con quello di Davos, riflette l’interesse degli autori, tutti concentrati a calcolare i guadagni che l’arrivo di un centinaio di migliaia di persone garantirá al paese e al sistema alberghiero. “Dando per scontato che le persone accorrano comunque, mentre é maturo pensare che vi sia una risposta proporzionale alla capacitá organizzativa e agli investimenti che il paese saprá mettere in atto. E il tempo stringe...” concludono Wannjiku Njamira e Mwikali Kioko, prestate dalla Caritas al progetto Catholic Coordination for the World Social Forum.