IAI - Alliance Internationale des Habitants      
[italiano]  [english]  [français]  [español]                  [carte]  [écrivez-nous

Collaborons avec

sosten de




Congiuntura economica internazionale crollata a causa dell’esplosione delle bolle del debito privato e del settore immobiliare al Nord

La crisi che è esplosa nell’agosto 2007 negli Stati Uniti non è superata, le ripercussioni internazionali saranno notevoli e durature. La bolla immobiliare è scoppiata nel mese di agosto 2007 negli Stati Uniti e ha scosso i mercati finanziari su scala mondiale. Alla crisi immobiliare si unisce una crisi del debito privato nei paesi più industrializzati. Palesemente questa crisi durerà parecchi anni. Il peggio forse non è ancora arrivato.

Di Éric Toussaint, presidente del CADTM

I segni premonitori erano là: l’enorme aumento di costruzioni abitative nel corso di diversi anni[La quantità di abitazioni nuove proposte ogni anno è passata da 1.5 milioni del 2000 a 2.3 milioni nel gennaio 2006. L’industria edile nel 2005 rappresentava il 6,2% del PIL, la più elevata percentuale dal 1950.] (incoraggiato dalla diminuzione dei tassi d’interesse decretata dalla Riserva federale per arginare la crisi del 2000-2001) ha condotto a una sovrapproduzione e ad un aumento speculativo dei prezzi degli immobili. La quantità di acquisti di nuove abitazioni è in forte calo dall’inizio dell’anno 2007 mentre la quantità di mancati pagamenti da parte delle famiglie per il rimborso dei mutui ipotecari è in forte aumento. L’anello più debole della catena dell’indebitamento ha ceduto: le organizzazioni finanziarie che si erano specializzate nella concessione di prestiti a tassi elevati a nuclei familiari fortemente indebitati e che dispongono di redditi deboli o medi (quello che si definisce mercato del “subprime mortage”) si sono ritrovati in difficoltà a causa della crescita del numero di mancati pagamenti (vedi il quadro sotto). Il problema è che non basta sostituire l’anello debole affinché la catena possa fare ripartire il motore economico. Altri anelli deboli rischiano di cedere.


Crisi del subprime

Sintesi di uno studio realizzato dal Wall Street Journal pubblicato il 12 e 14 ottobre 2007

Nel 2006 il 29% dei mutui ipotecari era ad alto rendimento (a tasso d’interesse alto). Tra il 2004 e 2006, sui 40.3 milioni di prestiti concessi, 10.3 milioni avevano tassi d’interesse alti. Un tasso d’interesse elevato è un tasso superiore di almeno il 3% a quello dei buoni del Tesoro della stessa durata. Molti dei prestiti a tasso d’interesse alto contrattati nel 2006 vedranno “solamente” il proprio tasso d’interesse salire molto pesantemente nel 2008 (interessano un ammontare complessivo di 600 miliardi di dollari). In effetti, per convincere i clienti a stipulare un prestito ipotecario a tasso d’interesse alto e variabile, il tasso dei primi due anni è fisso, aumenta solo al terzo anno. Il peggio della crisi deve forse arrivare. Il Wall Street Journal fornisce l’esempio di una gestrice di copisteria che ha acquistato una casa a Las Vegas per 460.000 dollari nel 2006. Nel 2006-2007 deve pagare delle mensilità di 3.700 dollari a un tasso dell’8,2% ma, nel 2008 le mensilità saliranno fino a 8.000 dollari a un tasso del 14%. Nel frattempo, con la crisi, la sua casa vale soltanto 310.000 dollari (il valore degli immobili è diminuito più del 30% nel 2007!!!). Ha smesso di restituire il debito e perderà inesorabilmente la casa dei suoi sogni. Lo studio del Wall Street Journal mostra che il subprime market mortage a tasso elevato non interessa solamente le famiglie americane a basso reddito: tocca pure la classe media, come dimostra l’esempio precedente. Le società finanziarie che hanno concesso i prestiti hanno venduto i crediti a grandi banche sotto forma di titoli. Queste grandi banche li hanno comprati in massa e si ritrovano con dei pacchetti titoli che non valgono più gran cosa. Nel 2004 il 63% dei crediti ipotecari sono stati comprati dai banchieri di Wall Stret che, per finanziare questi acquisti, hanno emesso e venduto effetti commerciali (“commercial papers” [Le carte commerciali nord-americane sono titoli di credito negoziabili emessi dalla banche o altri istituti sul mercato finanziario per un breve periodo (da 2 a 270 giorni). Questi titoli di credito non sono garantiti da una controparte (una proprietà immobiliare per esempio). Si basano sulla fiducia che l’acquirente della carta commerciale ha nei confronti della banca o dell’istituto che lo vende.]) a investitori di borsa. Nel 2006, a Wall Street i nuovi crediti ipotecari a tasso elevato acquistati sono risultati il 73%.

Gli istituti di credito ipotecario (come le banche) hanno prestato a lungo termine (credito ipotecario) prendendo a prestito a breve termine (sia dai depositanti, sia sul mercato interbancario in un contesto di tasso d’interesse storicamente basso, sia vendendo i propri crediti ipotecari a grandi banche come anche agli hedgs funds). Il “problema” è che hanno prestato a lungo termine a un settore della popolazione che si trova in grosse difficoltà per la restituzione in un contesto di sovrapproduzione d’immobili che ha comportato un forte deprezzamento dei propri beni immobiliari (che servono di garanzia al prestito). Quando i mancati pagamenti sono aumentati, questi organismi finanziari hanno cominciato a trovare difficoltà a rimborsare i prestiti a breve termine che avevano contrattato da altre banche. Queste ultime per proteggersi hanno rifiutato di concedergli ulteriori prestiti o al più hanno preteso tassi molto più elevati. Negli Stati Uniti, 84 società di credito ipotecario sono fallite o almeno hanno cessato parzialmente la propria attività dall’inizio dell’anno fino al 17 agosto 2007, contro soltanto 17 per tutto l’anno 2006. In Germania, la banca IKB e l’Istituto pubblico SachsenLB, che avevano investito sul mercato ipotecario americano, sono state immediatamente coinvolte e sono state salvate solo per un pelo. [Vedere Isaac Johsua, Note sullo scoppio della bolla immobiliare americana, settembre 2007.]

Ma la catena non si ferma qui: le banche che avevano acquistato i crediti ipotecari hanno provveduto a tali acquisti ampiamente al di fuori del bilancio creando delle società specifiche chiamate in inglese Structured Investment Vehicles (SIV) [Structured Investment Vehicles (SIVs). Queste sono delle compagnie operative su parti fuori bilancio realizzate da banche e asset manager per reperire investimenti per la maggior parte consistenti in obbligazioni patrimoniali di diverso tipo. Il loro unico scopo è di sfruttare la differenza tra debiti a breve termine e basso costo e investimenti a lungo termine e a più elevata variabilità. (Financial Times, 16 ottobre 2007)]. Questi SIV finanziavano l’acquisto dei crediti ipotecari vendendo commercial papers (vedere la definizione precedente) ad altri investitori. Il loro beneficio proviene dalla differenza tra la remunerazione che pagano agli acquirenti dei loro commercial papers e quella che traggono dai crediti ipotecari ad alto rendimento trasformati in titoli (CDO Collateralized Debt Obligations [CDO Collateralized Debt Obligations: una garanzia per grado di investimento sostenuta da un gruppo di titoli, prestiti e altre risorse. CDOs non si specializzano in un solo tipo di debito ma spesso in prestiti senza ipoteca o titoli.], vedere più avanti).

Da notare che tutto questo complesso circuito di debiti e crediti non crea ricchezza reale (questa nella fattispecie ha luogo nell’industria costruttiva), non sono altro che operazioni puramente finanziarie ampiamente speculative. La crisi in questo circuito sbilenco comporta invece la distruzione di ricchezze e vite umane (fallimento d’imprese di costruzione, suicidio di persone rovinate, licenziamenti e pignoramenti delle case).

Quando è scoppiata la crisi nell’agosto 2007 gli investitori che abitualmente acquistavano i commercial papers emessi dai SIV non ne hanno più comprati perché hanno avuto la percezione che la salute e la credibilità dei SIV si fosse fortemente deteriorata. Di conseguenza, ai SIV è mancata la liquidità per acquistare i titoli ipotecari cartolarizzati e la crisi si è amplificata. Le grandi banche che avevano creato questi SIV hanno dovuto farsi carico delle obbligazioni di questi per evitare che fallissero. Dato che fino a quel momento le operazioni dei SIV non facevano parte della propria contabilità (cosa che in particolare gli permetteva di dissimulare i rischi che si assumevano), le grandi banche americane ed europee hanno dovuto inserire nei propri bilanci i debiti dei SIV. Tra quelle principalmente coinvolte si possono citare: Bank of America, Citigroup (il principale gruppo bancario mondiale), Wachovia o Merrill Lynch, così come Deutsche Bank e UBS (Unione delle Banche Svizzere). Tra agosto e ottobre 2007, le sole banche USA hanno sottoscritto almeno 280 miliardi di dollari di debiti provenienti dai SIV [Financial Times, 17 ottobre 2007.], cosa che ha fatto crollare le risultanze di bilancio. Diverse grandi banche come Citigroup e Merrill Lynch hanno inizialmente tentato di minimizzare il proprio grado di esposizione al rischio, ma non hanno potuto mentire a lungo tanto le perdite erano consistenti. Di conseguenza il PDG è stato rimosso dal Consiglio di Amministrazione, non senza vedersi concedere prima di tutto un paracadute dorato. Il PDG di Merrill Lynch, Stan O’Neal, ha ottenuto 160 milioni di dollari come risarcimento per le dimissioni anticipate!!!

Indebitamento delle famiglie e insolvenza sul mercato immobiliare e oltre...

Le procedure di pignoramento delle abitazioni dei debitori in arretrato con i pagamenti hanno raggiunto il numero di 180.000 in luglio negli Stati Uniti, due volte di più del luglio 2006, e superano il tetto del milione dall’inizio dell’anno, il 60% in più in un anno. Ci dovrebbero essere in totale 2 milioni di procedure di pignoramento nel 2007 [idem.].
La media dell’indebitamento delle famiglie americane si attesta ad un livello straordinariamente elevato: il 140% (cioè i debiti delle famiglie rappresentano quasi una volta e mezzo i redditi annuali).
Pochi commentatori economici mettono in relazione il crescente numero di mancati pagamenti con il fatto che i lavoratori americani lavorano in media più tempo alla settimana per guadagnare meno. E’ il risultato della flessibilità/precarizzazione del mercato del lavoro nel quadro dell’offensiva padronale [E’ la politica nazionale che vuole seguire Nicolas Sarkozy in Francia o il governo dell’arancia blu in Belgio “permettere ai lavoratori di lavorare più ore più anni per guadagnare più denaro”. Come si vede dagli Stati Uniti in realtà i lavoratori sono condotti a lavorare più tempo ma il loro salario orario reale diminuisce quando non è quello totale.]. Una parte importante dei salariati nord americani ha visto il proprio reddito reale diminuire in questi ultimi anni. L’aumento dei tassi d’interesse iniziato dal giugno 2004 dalla Riserva federale ha finito per rendere la restituzione del mutuo ipotecario troppo pesante in rapporto ai guadagni. D’altra parte la crescita dei mancati pagamenti non si limita solo al settore immobiliare, interessa ora i debiti per l’acquisto di automobili e le carte di credito [Financial Times, 22 ottobre 2007].

Due pesi, due misure

La crisi che è esplosa nell’agosto 2007 ha assunto una forma spettacolare sia negli Stati Uniti che in Europa. “Venerdi 10 agosto, in Europa, negli Stati Uniti, si è prodotta questa cosa inaudita: alcune banche sono divenute vicendevolmente tanto diffidenti da rifiutarsi tutto il prestito, qualunque fosse, costringendo le banche centrali a interventi massicci. In 4 giorni , fino al 14 agosto 2007, la BCE ha dovuto immettere sul mercato quasi 230 miliardi di euro di liquidità.” [Vedere Isaac Johsua, op. cit.]
La Riserva federale degli Stati Uniti ha agito nello stesso modo. L’azione energica delle autorità monetarie americane ed europee ha permesso di evitare la proliferazione dei fallimenti.

Da segnalare la differenza abissale tra la reazione delle autorità politiche e finanziarie degli Stati Uniti e dei paesi europei riguardo la crisi di liquidità cominciata nell’agosto 2007 da una parte e quella che è stata imposta alle autorità indonesiane dal FMI sostenuto da quegli stessi governi in occasione della crisi asiatica del 1997-1998. Nel primo caso, le autorità americane ed europee hanno salvato le banche mettendo a loro disposizione liquidità, mentre in Indonesia il FMI aveva imposto che decine di banche fossero messe in fallimento rifiutando che la Banca centrale indonesiana o lo stesso FMI prestasse liquidità. Questo aveva comportato un disastro sociale e un aumento enorme del debito pubblico interno in quanto i debiti delle banche private messe in fallimento erano stati assunti dallo Stato indonesiano. Altra differenza: di fronte la crisi, dopo l’agosto 2007, le autorità monetarie americane hanno abbassato i tassi d’interesse (come avevano fatto tra il 2001 e il maggio 2004) quando il FMI aveva imposto al governo indonesiano di aumentare i tassi d’interesse, cosa che aveva aggravato in modo considerevole la crisi [Per una presentazione della crisi asiatica vedere Eric Toussaint, la Finanza contro i Popoli. La Borsa o la Vita, 2004 capitolo 17. Per l’analisi del caso dell’Indonesia, vedere pure Banca Mondiale, il colpo di Stato Permanente, 2006, capitolo 6 sull’Indonesia. Le ricette del FMI che vede nei PED un modo per risolvere le crisi finanziarie (di cui è corresponsabile) principalmente spingendo al fallimento le banche e al rialzo dei tassi d’interesse sono state utilizzate in un gran numero di casi tra i quali si possono sottolineare dei casi emblematici: il Messico nel 1994-1995, l’Indonesia e la Thailandia nel 1997-1998, l’Ecuador nel 1998-1999.].

Effetto del contagio internazionale

Nel settembre 2007, l’effetto del contagio internazionale della crisi americana è divenuto ancora più evidente quando una importante banca britannica, la Northen Rock, specializzata nel mutuo ipotecario, si è ritrovata immediatamente nell’impossibilità di fare fronte alle proprie obbligazioni. Questa banca prendeva in prestito a basso termine sul mercato interbancario e concedeva prestiti a lungo termine sul mercato immobiliare. Ora la crisi di diffidenza tra le banche ha comportato un aumento immediato del tasso d’interesse interbancario (il LIBOR, London interbank offered rate). Questa situazione ha coinvolto direttamente la Northen Bank che ha visto i costi sui propri prestiti aumentare in modo imprevisto. La Banca d’Inghilterra ha salvato la Northen Bank dal fallimento prestando la liquidità che le mancava. Ma solo in parte restituita, la Northen Bank oggi è in liquidazione.

Alla crisi immobiliare si unisce quella del debito privato

La crisi non si limita al settore immobiliare, interessa direttamente il mercato del debito. Nel corso degli anni precedenti, il debito privato delle imprese è aumentato in maniera consistente. Nuovi prodotti finanziari derivati si sono diffusi, si tratta prevalentemente dei Credit Default Swaps (CDS). L’acquirente di un CDS, acquistandolo, vuole proteggersi contro il rischio di non pagamento di un debito. Il mercato dei CDS si è fortemente sviluppato dal 2002. Il volume d’affari che concerne i CDS è aumentato di 11 volte nel corso degli ultimi 5 anni [World Bank, Global Development Finance 2007, Washington DC, p. 83-84]. Il problema consiste nel fatto che questi contratti assicurativi sono venduti senza che si eserciti un controllo da parte delle autorità pubbliche. L’esistenza di questi CDS ha spinto le imprese ad assumersi sempre più rischi. Credendosi protetti contro la mancata restituzione, i prestatori concedono i prestiti senza avere verificato la capacità del contraente a rimborsarli. Ora se la situazione economica internazionale si deteriora, centinaia addirittura migliaia di organizzazioni che prendono in prestito rischiano di diventare immediatamente insolventi e i CDS rischiano di essere solo pezzi di carta senza valore in quanto le assicurazioni saranno incapaci di mettere in atto i propri impegni.
I SIV di cui abbiamo parlato precedentemente si sono specializzati nella vendita di CDO (Collateralized Debt Obligations) di cui molti investitori cercano di sbarazzarsi dall’agosto 2007. Infine nel 2006-2007, numerose imprese si sono lanciate in operazioni di riscatto di altre imprese finanziandole per l’indebitamento. Quello che si chiama i LBO (Leveraged buy-out) che si può tradurre con riscatto d’impresa finanziato dall’indebitamento. Riassumendo, questi ultimi anni, un enorme castello di carte è stato costruito accumulando debiti. Questo castello sta crollando e le banche centrali dei paesi più industrializzati tentano di turare le falle e di costruire delle impalcature per evitare il peggio. E’ possibile che arrivino a limitare i danni, ma questi saranno in ogni caso molto consistenti.

Parecchie bombe a scoppio ritardato già innescate

Nella conclusione del capitolo 5 del libro La finanza contro i popoli, La Borsa o la Vita scritto nel 2003 e pubblicato nel 2004, ponevo la questione di sapere se la crisi del 2001-2002 negli Stati Uniti avrebbe avuto delle ripercussioni nel tempo:
“Venti anni di deregolamentazione e di liberalizzazione dei mercati su scala mondiale hanno soppresso tutte le barriere che avrebbero potuto limitare gli effetti a cascata della crisi del tipo di quelle di Enron e Cie. L’insieme delle imprese capitaliste della Triade e dei mercati emergenti si è evoluta, certamente con alcune specificità, nello stesso senso di quella americana. Gli istituti privati bancari e finanziari (come le assicurazioni) del pianeta versano in cattive acque, hanno adottato delle pratiche sempre più avventurose. I grandi gruppi industriali hanno tutti conosciuto una finanziarizzazione pronunciata e sono essi stessi molto vulnerabili. La successione degli scandali ha mostrato la vacuità delle affermazioni dei dirigenti americani e dei loro accoliti ai quattro angoli del pianeta.
Il congegno di diverse bombe a scoppio ritardato è in funzione al livello di tutte le economie del pianeta. Citiamo tra queste bombe: il sovra-indebitamento delle imprese e delle famiglie, il mercato dei derivati (che, secondo l’espressione del miliardario Warren Buffet, sono delle “armi finanziarie di distruzione di massa”, “fiancial weapons of mass destruction”), la bolla della speculazione immobiliare (che è la più esplosiva negli Stati Uniti e in Gran Bretagna), la crisi delle società di assicurazione e quella dei fondi pensione... E’ tempo di disinnescare queste bombe e di pensare ad un altro sistema tanto negli Stati Uniti che altrove. Di sicuro non bisognerà accontentarsi di disinnescare le bombe e sognare un altro mondo possibile, bisognerà affrontare i problemi alla radice ridistribuendo la ricchezza su una base di giustizia sociale.” [Conclusione del capitolo 5 di Eric Toussaint, La Finance contre les Pouple. La Bourse ou la Vie, CADTM-Syllepse – Cetim, Liège-Paris-Genève, 2004, p.157]

Dalla crisi 2000-2001 a quella del 2007 - ...

Prima dello scoppio della bolla speculativa informatica del 2000-2001 negli Stati Uniti e altrove nel mondo, le economie e gli uomini politici elogiatori dei benefici del capitalismo nella fase neoliberale (appoggiati da un esercito di giornalisti finanziari) affermavano perentoriamente che non vi era in vista alcuna crisi. Invece, secondo loro, il capitalismo americano aveva trovato la formula per la crescita permanente senza crisi. Hanno cambiato tono con la recessione che ha toccato gli Stati Uniti nel 2001 e con i ribassi considerevoli delle borse.
Nel momento in cui la crescita è ritornata, gli stessi hanno preteso affermare che il capitalismo aveva trovato la formula per limitare i rischi causati da una forte emissione di ipoteche creando prevalentemente i CDS (Credit Default Swaps). Non si contano più gli articoli e le dichiarazioni rassicuranti e concernenti la dispersione dei rischi.
Eppure gli organismi ufficiali come la Banca dei regolamenti internazionali (BRI), il FMI, la BM sapevano benissimo che si giocava con il fuoco. I rapporti di questi istituzioni pubbliche pubblicati prima della crisi di agosto contengono scenari che non escludono la possibilità di crisi [Vedere in particolare il rapporto annuale 2007 della BRI pubblicato nel giugno 2007, capitolo VIII: Conclusioni.] ma il messaggio dominante fatto passare era che effettivamente grazie alla nuova ingegneria dei titoli ipotecari, i rischi erano stati allontanati e gli incidenti maggiori esclusi. E’ così che due mesi prima lo scoppio della crisi, la BRI scriveva in giugno nel suo rapporto annuale 2007: “Gli episodi di turbolenza hanno potuto manifestare il nervosismo latente degli operatori che temono una sotto stima dei rischi legati a una congiuntura favorevole. Per l’avvenire , tuttavia, rari sono quelli che si preoccupano oltre misura di una degradazione improvvisa e generalizzata della qualità dei contratti.” [BRI 77° Rapporto annuale, giugno 2007, Bâle, p. 121. Sono io che sottolineo.]
La crisi che si è messa in moto in agosto li richiama pesantemente all’ordine.
Le critiche piovono sui capri espiatori. Secondo il Financial Times, il segretario di Stato al Tesoro americano, Hank Paulson, ha dichiarato che “la condotta di certi mediatori del credito ipotecario era vergognosa” e “ha richiesto una regolamentazione del settore” [Financial Times, 19 ottobre 2007]. Sul fronte dei giornali finanziari, rari sono gli economisti che esprimono come Wolfgan Münchau una critica alla politica del governo di Washington e della Riserva federale. Scrive: “Credo che la crescita esplosiva dei prodotti derivati nel settore ipotecario e dei CDO tra il 2004 e il 2006 è stata causata dalla politica monetaria globale condotta tra il 2002 e il 2004” [Financial Times, 15 ottobre 2007]. E aggiunge: “ Il canale attraverso cui i tassi d’interesse reali negativi si possono convertire in una bolla d’indebitamento resterà aperto”.
Sul fronte delle grandi banche e in altri organismi finanziari privati c’è inquietudine, addirittura tamburi di guerra, in seno ad alcune direzioni (come Citigroup e Merril Lynch) le spade sono sguainate. L’istituto di finanza internazionale (IIF in inglese), un’associazione internazionale che raggruppa 800 banche e altre istituzioni finanziarie (tra cui le banche più grandi), l’11 ottobre 2007 ha stilato una lunga lettera [Citato dal Financial Times, 26 ottobre 2007], destinata al FMI e alle principali banche mondiali, che diagnostica una crisi profonda e chiede alle autorità bancarie pubbliche di supervisionare meglio il settore finanziario privato internazionale.
Il molto neoliberale commissario europeo del mercato interno, Charlie Mc Creevy, non ha peli sulla lingua, denuncia: “i prestiti concessi in modo irresponsabile, l’investimento cieco, la cattiva gestione della liquidità, gli eccessi delle agenzie di classificazione... Nessuno può essere fiero della bassezza che questa crisi debitoria ha rilevato” [Disponibile sul sito dell’IIF: www.iif.com]. Tuttavia, secondo il Financial Times, “il commissario europeo, uno dei più grandi difensori del pensiero sul mercato libero, sta per mettere in guardia contro una volontà di regolamentazione, affermante che le regole che impongono la trasparenza possono avere un effetto perverso diffondendo il panico e il caso morale in tutto il sistema”.[Idem] Evidentemente non bisogna aspettarsi ciò che la Commissione europea o il governo di Washington annuncia sulle misure rigide nei confronti delle grandi società finanziarie responsabili della crisi.

Le misure prese da Washington: la soluzione?

Le misure prese dalle autorità americane (prevalentemente un abbassamento dei tassi d’interesse nel settembre e ottobre 2007), se attenuano provvisoriamente lo choc della crisi non costituiscono una soluzione. In certo modo, l’abbassamento dei tassi d’interesse alleggerisce la crisi prolungandola in quanto rimanda le scadenze. In effetti, la crisi immobiliare si è proprio avviata e le ripercussioni si faranno sentire nel tempo. Perché? Ecco diverse ragioni così schematizzate:
1. C’è una effettiva sovrapproduzione di alloggi negli Stati Uniti in rapporto alla richiesta.
2. Molti cantieri sono in corso di realizzazione. Nei mesi e negli anni a seguire, centinaia di migliaia di nuove abitazioni arriveranno sul mercato poiché la loro costruzione è già iniziata. Per una impresa di costruzione è difficilissimo lasciare in sospeso un cantiere avviato. In breve, queste nuove costruzioni aumenteranno ulteriormente l’offerta su un mercato già depresso. Un calo di produzione delle costruzioni avrà conseguenze durature sul resto dell’economia: licenziamenti, diminuzione delle commesse ai diversi fornitori di materiali edili.
3. Negli anni una parte della propensione delle famiglie a consumare è stata sostenuta dall’”effetto ricchezza”. In effetti, il valore patrimoniale delle famiglie proprietarie di case e azioni in borsa è aumentato grazie alla risalita molto considerevole del prezzo degli immobili e delle azioni in borsa (dopo il crollo 2001). L’effetto inverso lo si ha sul mercato: il valore del patrimonio immobiliare è in forte caduta e i mercati borsistici vanno male. Le famiglie rischiano di reagire diminuendo i consumi, cosa che amplificherà la crisi.
4. Le grandi banche, i fondi pensione privati, le assicurazioni, gli hedge funds hanno nella propria contabilità una quantità elevatissima di crediti incerti. Dall’agosto 2007, istituti come Citigroup, Merrill Lynch, UBS hanno costantemente cercato di minimizzare le perdite che dichiaravano ma hanno dovuto a più riprese annunciare nuove perdite, cosa che ha provocato una svalutazione delle proprie azioni in borsa e la rimozione di numerosi gestori. Sicuramente altre istituzioni saranno toccate. Non è escluso (siamo prudenti) che le imprese finanziarie entrino in una situazione vicina a quella che hanno conosciuto le banche giapponesi quando la bolla immobiliare è esplosa a metà degli anni ’80. Gli ci sono voluti una ventina di anni per assestare il bilancio.
5. Certo il ribasso continuo del dollaro favorisce le esportazioni americane e consente al governo di restituire l’enorme debito estero con dollari svalutati. Ma questo ribasso non ha solo vantaggi. Il dollaro deprezzato rende gli acquisti di buoni del Tesoro e gli investimenti in borsa molto meno attraenti per gli stranieri che depositano in gran quantità i propri capitali negli USA. Meno capitali rischiano di entrarvi (mentre ne hanno bisogno per colmare il deficit) e le uscite di capitali sono suscettibili di aumentare.
Il governo di Washington e la direzione della banca centrale sono di fronte a un vero e proprio dilemma. Se continuano ad abbassare i tassi d’interesse il risultato è contraddittorio: riducono il rischio immediato di fallimenti e attenuano l’ampiezza della caduta dei consumi, ma rendono i depositi negli Stati Uniti molto meno attraenti e diminuiscono la pressione in favore dell’assestamento di bilancio delle imprese e delle famiglie. Se invece aumentano i tassi d’interesse il risultato è inverso: i depositi negli Stati Uniti vedono aumentare la propria attrattiva ma i consumi delle famiglie crollano e le difficoltà di liquidità delle imprese aumentano.

Identification
Identifiant: Mot de passe:
Mot de passe perdu ?

Créer un compte utilisateur
Universita' Popolare Urbana

L'Alleanza Internazionale degli Abitanti sta promuovendo una Universita' Popolare Urbana con diverse e complementari funzioni:
1. rispondere al bisogno di ricerca e riflessione su una strategia globale di giustizia per la costruzione sociale dell’habitat e delle tematiche relative alla casa.
2. Incoraggiare, facilitare e rafforzare l’organizzazione dei vari membri IAI.
continua
IAI cerca traduttori volontari

Aiutaci a migliorare la comunicazione in diverse lingue: Diventa traduttore volontario per il Diritto alla Casa senza Frontiere!

Grazie in solidarietà a Malcolm Garfield, Sandra Possas, Amador Caieron Junior, Arleene McFarlane, Carolina Alves, Stefania Scodrani, Laurie Caccia, Rebecca Clements, Eva Lisbeth Liscano, Philippa Smith, Marie Ange West, Josep Mª Torrents, Jeanne Mifsud Bonnici, Liana Goshadze, Lydie Bosc, Cinzia Pacetto, Alessia Del Fabro, Cristina Ihiri Haswani, Tim Gutteridge, Veronica Atzei, Elvira De Rosa, Stéphan Lebeaux, Brendan Sutherland, Ana Mary da Costa Lino Carneiro, Alexandre Hanin, ...
>>
Subscribe UPU
Please register as UPU user and then access the on-line UPU forms and databases to assess organisations training needs and trainers profile.
Una casa tra i rifiuti

W Nairobi W su Kataweb
Il 55 percento della popolazione di Nairobi vive in baraccopoli prive di acqua, fogne e luce, che il governo keniota è intenzionato a demolire senza provvedere a una sistemazione alternativa. Per questo è nata la campagna W Nairobi W, ma fermare i bulldozer non basta...
Non solo degrado
Gli scatti di Francesco Fantini documentano una realtà in cui convivono miseria e desiderio di una vita normale.
Potete vedere le sue fotografie su Kataweb